Massimo Capaccioli, un'eredità scientifica e culturale che va oltre il suo tempo

Massimo Capaccioli ci ha improvvisamente lasciato in una mattina di fine primavera.
Con la sua scomparsa, l'astronomia e l'astrofisica italiana perdono uno dei loro protagonisti più autorevoli e riconosciuti a livello internazionale. L'Università degli Studi di Napoli Federico II perde un maestro, uno scienziato e un costruttore di comunità scientifiche che ha segnato profondamente la storia dell'astrofisica napoletana. La città di Napoli perde una personalità culturale e civile di primo piano. Massimo lascia un vuoto enorme nella scienza e nella cultura, ma anche nella vita di colleghi, studenti e amici che negli anni hanno saputo apprezzarne la guida, l'intelligenza, la schiettezza e l'ironia. Massimo Capaccioli ha attraversato oltre mezzo secolo di sviluppo dell'astronomia, contribuendo a tutte le sue trasformazioni con le proprie visioni, passioni e idee, e consegnandoci in eredità una scuola e un patrimonio intellettuale destinati a lasciare un segno oltre il suo tempo.
Nato nel 1944 a Castel del Piano, nel cuore della Maremma toscana, Massimo Capaccioli si definiva innanzitutto "maremmano". Si laureò in Fisica a Padova nel 1969, sotto la guida di Leonida Rosino e Francesco Bertola e lì iniziò la sua carriera scientifica, destinata in pochi anni a renderlo uno dei massimi esperti mondiali nella fisica delle galassie.
Grazie ai lavori di fotometria galattica sviluppati insieme a Gérard de Vaucouleurs durante il periodo trascorso presso l'Università del Texas ad Austin, e agli studi di cinematica delle galassie ellittiche condotti con Francesco Bertola a Padova, Capaccioli divenne un riferimento riconosciuto e stimato a livello internazionale e cominciò a costruire quella rete di collaborazioni e relazioni scientifiche che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita.
Sull'onda della sua reputazione internazionale, Capaccioli arrivò a Napoli nel 1993 per assumere la direzione dell'Osservatorio Astronomico di Capodimonte. Da quel momento prese avvio una delle stagioni più importanti dell'astrofisica napoletana contemporanea. A Capodimonte, Capaccioli trovò un istituto moderno nelle infrastrutture e ricco di storia e tradizione, grazie all'opera ventennale del suo predecessore, il prof. Mario Rigutti, ma ancora del tutto marginale rispetto ai grandi circuiti internazionali della ricerca astronomica. Sfruttando la sua reputazione scientifica, la sua visione e la sua capacità di relazionarsi con il potere politico locale e nazionale, Capaccioli avviò una vera rinascita scientifica e tecnologica dell'astrofisica napoletana, che si rafforzò grazie al trasferimento dall'Università di Padova all'Università Federico II di Napoli, avvenuto nel 1995.
Iniziò con un programma serrato di visiting scientist e con la ricerca di nuovi finanziamenti atti a coprire sia nuove posizioni che la realizzazione di nuove strumentazioni. In particolare, riuscì ad ottenere dall'allora ministro Mancino, dal Ministero dello Sviluppo Economico e dal Ministero dell'Università e della Ricerca, e con il supporto di Gerardo Marotta (presidente dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici) un fondo per la costruzione del telescopio VST (acronimo di VLT Survey Telescope), il telescopio "napoletano" — come amava definirlo — da realizzare nel deserto cileno di Atacama. Nel giugno del 1998, infatti, siglò con Riccardo Giacconi (allora Direttore Generale dell'European Southern Observatory) l'accordo per la costruzione dello strumento e la sua installazione presso l'osservatorio di Cerro Paranal, accanto alle grandi cupole del Very Large Telescope. La realizzazione del VST fu l'impegno della sua vita per oltre vent'anni e la sua eredità scientifica più importante. La costruzione del telescopio fu lunga e complessa, segnata da incidenti, difficoltà economiche, amministrative e tecniche, ma sostenuta da una visione scientifica straordinariamente lungimirante. Il telescopio vide la sua prima luce nel 2011 e da allora ha prodotto dati utilizzati da centinaia di astronomi in tutto il mondo, contribuendo ad avanzamenti fondamentali dell'astrofisica moderna.
Contemporaneamente, in ambito accademico, Massimo contribuì in maniera fondamentale a far crescere una nuova generazione di ricercatori, molti dei quali, negli anni si sarebbero poi affermati nel panorama internazionale. Sotto la sua guida, l'astronomia napoletana e Napoli divennero crocevia di importanti meeting scientifici, meta di studiosi provenienti da tutto il mondo e partner di molti programmi astronomici europei e internazionali. Dai gruppi impegnati nello studio del Sole e delle missioni spaziali fino alla cosmologia osservativa, l'astronomia napoletana acquisì una dimensione nuova, moderna e competitiva.
Furono quelli gli anni della massima sinergia tra l'Osservatorio Astronomico di Capodimonte e il Dipartimento di Fisica della Federico II. In quel periodo si formarono molti dei docenti che ancora oggi costituiscono l'ossatura dell'astrofisica e della cosmologia napoletane e che coltivano il loro insegnamento presso l'Università Federico II, nel solco della tradizione di quella stagione iconica.
Ma Massimo Capaccioli non fu solo scienziato e maestro. Grazie alla sua straordinaria capacità di raccontare l'universo al grande pubblico, egli fu anche un eccezionale divulgatore. Nelle sue lezioni pubbliche il rigore scientifico si trasformava in racconto, la profondità della cultura in meraviglia condivisa. Astronomia, arte, storia e poesia si intrecciavano in una narrazione capace di parlare a tutti. Chi ha avuto la fortuna di ascoltarlo non poteva non vivere quelle lezioni come un autentico atto d'amore verso la bellezza del cosmo e verso l'umanità che Massimo sentiva di dover accompagnare, per mano, alla scoperta della meraviglia della scienza. Attività di cui era convinto e in cui si è impegnato pubblicando libri e collaborando con testate giornalistiche nazionali, fino poco prima della sua scomparsa.
La sua eredità continuerà a vivere nelle persone che ha formato, nelle istituzioni che ha contribuito a costruire e nelle visioni scientifiche che ha lasciato all'astronomia italiana. L'università Federico II, le Accademie, la comunità scientifica, la città di Napoli, i suoi collaboratori e i suoi amici hanno oggi il dovere morale di custodirne la memoria e continuarne l'opera.
I colleghi del Dipartimento di Fisica E. Pancini